Militari italiani catturati in Africa dagli inglesi e i dati del parmense

Dove furono catturati?

Uno dei primi successi militari degli Inglesi nella Seconda guerra mondiale fu la conquista dell'Impero italiano in Africa. Le ultime divisioni dell'Africa orientale italiana furono catturate dai britannici con le operazioni militari che portarono alla caduta di Gondar, il 28 novembre 1941. Dei quasi 300.000 uomini sotto il comando di Amedeo di Savoia, i soldati italiani catturati erano circa 92.0000. I comandi Inglesi si dimostrarono da principio disorganizzati e senza mezzi idonei per gestire cosi tanti prigionieri. Per sopperire alle complicazioni logistiche che il trasporto di così tanti prigionieri avrebbe comportato – in un momento in cui le forze britanniche erano impegnate nell'avanzata in nord Africa – i comandi militari inglesi stazionarono la maggior parte dei prigionieri italiani nei vicini dominions africani. Sappiamo che la maggior parte di loro fu inviata in Kenya. Nell'estate del 1942 i prigionieri italiani in Kenya erano 75.000; se si aggiungono anche i civili la cifra sale a 100.000. A parte il viceré e pochi generali superiori i prigionieri furono suddivisi nei campi di Nairobi, Burguret, Gil Gil, Naivasha, Ndarugu, Nakuru, Naniuki, Ginja, Mitubiri e loro distaccamenti. Gli ufficiali furono invece ripartiti tra i campi di Eldoret e Londiani. Le difficoltà del trasporto dai luoghi di cattura ai campi di internamento fu accidentato dalle condizioni climatiche e dagli scarsi mezzi in possesso agli Inglesi. I soldati italiani furono a volte costretti a marciare per settimane, con conseguenze immaginabili in un ambiente selvaggio quali i territori africani: attacchi di animali feroci, scarsa alimentazione, malattie e parassiti erano la norma tra le file dei prigionieri dell'Aoi.

In concomitanza con la caduta dell'Impero, l'esercito italiano subiva un'ulteriore sconfitta in Africa settentrionale. La Cirenaica era perduta, un territorio pari a quello di Francia e Inghilterra messi insieme, i soldati italiani catturati erano migliaia; nei primi tre giorni dell'offensiva Compass gli Inglesi annientarono 5 divisioni (di cui 2 libiche). Solo l'intervento tedesco, nel febbraio 1943, permise di allungare la permanenza dell'esercito Italiano in Africa, riequilibrando le forze in campo. A differenza della campagna militare in Africa orientale, gli italiani concorsero a mantenere in scacco le truppe alleate fino alla sconfitta di El-Alamein. In quella battaglia l'equilibrio militare tra i due fronti si ruppe e gli Alleati iniziarono quell'avanzata nei territori nord africani dell'Asse che terminò solo con la caduta della Tunisia. I soldati italiani dell'Africa settentrionale, furono perciò catturati nel corso di tre anni di combattimenti contro le forze del Commonwealth. Di conseguenza i prigionieri italiani ebbero destinazioni differenti. Secondo lo storico Flavio Giovanni Conti il trasporto di prigionieri nei territori inglesi avveniva secondo un criterio alfabetico:

[i prigionieri] del dicembre 1940-febbraio 1941 furono inviati in India, Australia e Sudafrica, secondo un criterio principalmente alfabetico: i prigionieri i cui cognomi iniziavano col la A fino alla L India, quelli dalla M alla Z in Australia [...] I prigionieri fatti tra El Alamein e la battaglia di Akarit, catturati per lo più dall'8a armata inglese, furono nella stragrande maggioranza inviati in Inghilterra, mentre pochi rimasero in Egitto. La gran massa dei prigionieri del maggio 1943 furono raccolti nel campo di Mejez-el-Bab e in quello di Manauba107.

I prigionieri catturati dagli Inglesi vennero dunque suddivisi tra i territori del Commonwealth. Nell'ultima fase della campagna in nord Africa i prigionieri dell'Asse catturati dagli angloamericani, secondo fonti americane (tra cui il generale Eisenhower) ammontavano intorno ai 250.000 uomini. Gli Inglesi detenevano circa 105.000 di questi prigionieri. Il totale dei prigionieri italiani raccolti dai Britannici con la fine delle ostilità in Africa si aggirava approssimativamente intorno ai 300.000.

 

Dove vennero condotti?

 

Secondo lo storico Nicola Labanca il totale dei prigionieri italiani catturati dagli inglesi durante il Secondo conflitto mondiale venne così suddiviso tra i territori inglesi: “un quarto fu inviato nelle Isole ritanniche, mentre grosso modo un sesto ciascuno andò in Medio Oriente, India, Sudafrica e Africa orientale britannica (Kenya, Sudan ecc.)”. Coloro che non furono mandati in questi territori furono sparsi lungo l'impero britannico. I militari italiani furono confinati dagli inglesi nei territori: Gibilterra, Algeria, Marocco, Libia, Egitto, Kenya, Palestina, Sudan, India, Ceylon, Sudafrica, Canada, Australia, Giamaica, Caraibi Inglesi, Tanzania, Uganda, Rhodesia. Il trasporto dei prigionieri avveniva via nave, perciò dopo la cattura, venivano condotti verso i porti di Berbera, Massaua, Geneifa, Cairo etc.; in attesa di essere imbarcati. Prima dell'imbarco verso i campi d'internamento nelle colonie britanniche, i prigionieri italiani venivano detenuti in campi di transito, in condizioni materiali spesso non soddisfacenti. Sono testimoniate dalla Croce Rossa e dalla Svizzera (potenza garante del rispetto dei diritti della Convenzione di Ginevra per i prigionieri italiani), le rigide condizioni in cui gli inglesi tenevano detenuti gli italiani nei campi di transito e durante gli interrogatori. Ferdinando Bersani così descrive il suo viaggio dal campo di transito in Egitto verso la Palestina: “durante tutto il viaggio non ci fu dato alcun cibo e solo più tardi comprendemmo il perché di quel nuovo trattamento: in Libia tutto stava crollando sino a Bengasi, e i prigionieri, a decine di migliaia, stavano per giungere con ogni possibile mezzo ai campi di concentramento approntati in tutto l'impero britannico”. Rari sono i casi di violenza o sopruso, ma ci furono casi in cui ufficiali britannici fecero propri oggetti personali dei prigionieri. Se il basso tenore di vita può essere giustificato dalla mancanza oggettiva di risorse, le rapine contro i prigionieri sono da ricondurre ad una ritorsione delle truppe inglesi contro il nemico e da una scarsa volontà dei comandi alleati a reprimere questo genere di azioni. Per coloro che partivano al di fuori dell'Africa iniziava il viaggio a bordo di navi inglesi, con il rischio di essere affondati dai sottomarini tedeschi.

 

Il trattamento dei prigionieri

 

Il trattamento dato ai prigionieri italiani catturati dagli inglesi variò a seconda del dove e del quando essi furono catturati. I giudizi sulle condizioni di prigionia nei campi britannici migliorarono nettamente dopo l'armistizio. Nondimeno permaneva una differenza di qualità di trattamento tra i campi collocati nei domini coloniali inglesi, in zone lontane dai centri abitati, abbandonate alle intemperie di climi estremi, ed i campi del Regno Unito, India, Australia, Medio Oriente in cui le visite effettuate dalla Croce rossa italiana evidenziarono il rispetto della Convenzione di Ginevra

 

Il problema dell'utilizzo dei prigionieri come forza lavoro.

 

Conformemente ai trattati internazionali gli inglesi offrirono, in generale, un soddisfacente trattamento ai prigionieri italiani. Con l'armistizio dell'8 settembre 1943, si attivava l'art. 75 della Convenzione di Ginevra che prevedeva che i paesi belligeranti fossero tenuti a concludere accordi riguardanti il rimpatrio dei prigionieri. Questi accordi, tra l'Italia ed il Regno Unito, non furono mai raggiunti a causa della natura della resa firmata dall'Italia e delle diverse interpretazioni assunte da inglesi e statunitensi. Il 13 ottobre il Regno del Sud dichiarava guerra alla Germania, entrando nel conflitto al fianco degli Alleati in una condizione però di subalternità, definita di “cobelligeranza”. Questo status impattava anche sulla condizione dei prigionieri italiani: il loro utilizzo come forza lavoro male si conciliava con la nuova situazione di cobelligeranza. Le trattative tra l'Italia e gli Alleati nei mesi successivi all'armistizio si rivelarono del tutto inconcludenti. Da parte Italiana non si voleva concedere un utilizzo dei prigionieri, senza che si fosse discusso sul loro status. gli Alleati invece erano divisi sul come comportarsi: gli statunitensi si dimostrarono disposti a trattare sullo status dei prigionieri se questi avessero collaborato, mentre gli inglesi si opposero alle pretese italiane, ritenendo inaccettabile un cambiamento dello status di prigioniero. Una soluzione arrivò grazie dai comandi americani, con un negoziato tra Eisenhower e Badoglio avvenuto nell'ottobre del 1943 che portò a un assenso non scritto dell'italiano che autorizzava l'utilizzo dei prigionieri catturati in nord Africa e Sicilia. L'assenso verbale di Badoglio permise agli inglesi di regolarizzare quello che in pratica avveniva già di fatto. I comandi Alleati tentarono comunque di trovare un accordo scritto con l'Italia, arrivando ancora una volta ad un nulla di fatto. L’intransigenza del governo di Roma nel rifiutare un qualsiasi documento che sancisse l'utilizzo dei prigionieri italiani, senza aver eliminato lo status di prigioniero, nasceva dal fatto che un tale trattato avrebbe delegittimato qualsiasi governo in carica. Non volendo assumersi le responsabilità politiche di un tale accordo, Badoglio pubblicamente appoggiava la linea intransigente, mentre in forma privata rendeva noto ai comandi dell'Allied Control Commission che un utilizzo dei prigionieri italiani per il sostegno bellico non sarebbe stato contestato. Gli Alleati perciò si comportarono di conseguenza. Le parole di Churchill in questo caso sono illuminanti: “Non dovremmo fare troppe [pressioni] o insistere sulla firma nello spazio punteggiato di un documento legale. Gli accordi tra gentiluomini e [lo] sviluppo di buoni rapporti, quando si chiarirà agli italiani che stiamo vincendo, saranno la più conveniente linea da seguire” .

 

L'utilizzo economico dei prigionieri di guerra

 

I britannici poterono attingere a piene mani alla loro riserva di prigionieri italiani, disponendo di un grande numero, sparso nei loro territori coloniali. Consci del grande valore economica per l'economia di guerra della madrepatria, che soffriva di una cronica carenza di forza-lavoro, gli inglesi concentrarono un sesto dei prigionieri in loro possesso nelle Isole Britanniche. I prigionieri italiani in Gran Bretagna aumentarono di numero: se l'8 settembre 1943 se ne contavano 74.900, alla fine delle ostilità furono 158.000. La concentrazione di prigionieri italiani permetteva così al governo di Londra di disporre di una forza lavoro a basso costo. Dal punto di vista economico, il contributo offerto dai prigionieri italiani fu infatti considerevole, soprattutto per il fatto che gli Alleati pagavano i soldati italiani molto meno di quanto veniva retribuito alla manodopera locale. Le truppe italiane furono quindi utilizzate in vari settori, dall'agricoltura all'industria fino ad arrivare, in alcuni casi, a svolgere servizi di intelligence e di propaganda, contravvenendo, in quest'ultimo caso, l'art. 31 della Convenzione di Ginevra, che vietava in modo categorico che il lavoro fornito dai prigionieri avesse alcuna relazione con le operazioni militari. Il pubblico inglese reagì in modo ambivalente all'utilizzo di così tanti soldati nemici. L'adesione alla collaborazione con gli Alleati da parte dei prigionieri italiani fu piuttosto alta nei dominions Inglesi. Il generale Nasi prigioniero in Kenya in una relazione a Badoglio il 4 gennaio 1944 scriveva: “La grande massa, quindi, oltre l'80 per cento, pronta ad obbedire a qualsiasi vostro ordine, che molti, anzi moltissimi, attendono con ansia e impazienza”. Un'adesione così vasta alla collaborazione non fu ottenuta sempre in ogni angolo dell'Impero britannico. Sono documentati campi di prigionia rimasti, anche a seguito della resa nel 1943, a maggioranza fedeli a Mussolini, come ad esempio a Gil-Gil, in Kenya. La scelta del “che fare?” dopo l'8 settembre spesso divise i prigionieri italiani, attraverso delle modalità che non possono essere ridotte alla sola divisione tra fascismo e antifascismo. Tra coloro che non accettarono di collaborare con gli Alleati vi era diffusa la paura di rappresaglie alle loro famiglie. Tra i soldati di professione, specialmente gli ufficiali, vi era inoltre il desiderio di non compromettere la propria carriera, servendo gli interessi di potenze nemiche. Non ultimo in mancanza di assenso preciso da Roma e dal re mise i prigionieri italiani di fronte ad una scelta che andava contro il giuramento di fedeltà alla corona Sabauda. I dati ci dicono che dei 155 mila prigionieri in Inghilterra solo 30 mila si rifiutarono di lavorare, inquadrati agli inglesi in 47 battaglioni di volontari addetti allo sforzo bellico, mentre 385 unità minori si occupavano di lavori agricoli. La durata del lavoro era di otto ore e la produzione era in genere molto alta, sia per i controlli rigorosi che per l'impegno degli italiani i quali volevano dimostrare di contribuire alla causa alleata. Gli Inglesi utilizzarono i prigionieri italiani nel modo più ampio posibile. In particolare furono utilizzati nell'agricoltura, sollevando le critiche delle comunità locali che si vedevano tolto il lavoro dalla manodopera italiana. Di questo utilizzo se ne avvantaggiava anche l'economia italiana, non a caso il presidente Parri, finita la guerra, inviava un messaggio ai prigionieri affinché collaborassero: l'alto numero di prigionieri forniva infatti una fonte di reddito per migliaia di famiglie italiane. La redditività nell'utilizzo dei militari catturati spinse il governo inglese a prolungare la data del loro rimpatrio. Tra le potenze alleate fu l'ultima a iniziare le operazioni del rimpatrio. Solo sei mesi dopo la fine della Seconda guerra mondiale i prigionieri italiani poterono iniziare a tornare a casa.

I dati del parmense: prigionieri catturati dagli Inglesi in Africa orientale

I dati dell'Anrp ci dicono che sui 483 prigionieri che furono catturati in Africa orientale dagli inglesi ben il 60%, fu trasferito in un campo di concentramento in Kenya, Sudan, Egitto, Uganda o territori dell'ex Aoi. Se aggiungiamo a questa percentuale quella degli internati nel Sudafrica e Rhodesia del Sud (10%), otteniamo che quasi il 70% degli prigionieri in mano inglese non si mosse dall'Africa. Il restante 30% fu inviato tra l'Inghilterra (17%) e i suoi vari dominions: India (8%), Australia (4%), Medio Oriente (>1%). Vi fu infine un 1% dei soldati catturati dai francesi in Aoi che venne detenuto in nord Africa nel campo inglese 208. Si tratta di tre aviatori del regio esercito italiano, che probabilmente a seguito della cobelligeranza furono trasportati in Algeria per sostenere le operazioni degli Alleati.

 

I dati del parmense

 

Prigionieri catturati dagli inglesi in Africa orientale

I dati del parmense ci dicono che sui 483 prigionieri che furono catturati in Africa orientale dagli inglesi ben il 60%, fu trasferito in un campo di concentramento in Kenya, Sudan, Egitto, Uganda o territori dell'ex Aoi. Se aggiungiamo a questa percentuale quella degli internati nel Sudafrica e Rhodesia del Sud (10%), otteniamo che quasi il 70% degli prigionieri in mano inglese non si mosse dall'Africa. Il restante 30% fu inviato tra l'Inghilterra (17%) e i suoi vari dominions: India (8%), Australia (4%), Medio Oriente (>1%). Vi fu infine un 1% dei soldati catturati dai francesi in Aoi che venne detenuto in nord Africa nel campo inglese 208. Si tratta di tre aviatori del regio esercito italiano, che probabilmente a seguito della cobelligeranza furono trasportati in Algeria per sostenere le operazioni degli Alleati.

Prigionieri catturati dagli Inglesi in Africa settentrionale.

L'esperienza di prigionia vissuta dai soldati dell'Africa orientale presenta un'ulteriore peculiarità se rapportata con i nostri dati sui militari del parmense catturati dagli Inglesi in nord Africa. Dei 539 prigionieri italiani catturati dagli inglesi tra il giugno 1940 e il maggio 1943, il 38% di essi rimase in Africa, suddiviso tra i campi inglesi dell'Africa settentrionale e Sudafrica (25%-12%). L'11% venne inviato in India, mentre si dimezzano i prigionieri inviati in Australia (2%). La maggior parte dei prigionieri italiani catturati in Africa settentrionale fu inviata in Inghilterra (62%). Rispetto alla situazione dell'Africa orientale, abbiamo un'inversione di tendenza: la maggior parte dei prigionieri catturati in Africa settentrionale ha scontato la propria prigionia nel Regno Unito. La prigionia nel Regno Unito si distingueva da quella delle colonie dell'Impero per il diverso clima e per l'utilizzo che i comandi militari fecero dei prigionieri italiani.